Terapia indiretta

“La prima grande regola della vita è sopportare con pazienza ciò che ci accade. La seconda è rifiutarsi di sopportare con pazienza. La terza – e la più difficile – essere capaci di distinguere fra le prime due” Sydney J. Harris

Si parla di Terapia indiretta quando, per diversi motivi, si decide di lavorare indirettamente sull’individuo che manifesta il disturbo avvalendosi di persone a lui vicine e/o coinvolte nel problema,  a volte senza che la persona problematica ne sia al corrente.

Risulta particolarmente indicata sia nei casi in cui, colui che manifesta il disturbo rifiuti un aiuto specialistico, sia nei casi in cui, a manifestare il problema sia un’adolescente oppositivo o un bambino. Al di sotto dei 13 anni, in genere, si predilige  lavorare in primis con i genitori, individuando insieme tecniche e strategie in grado di modificare la situazione problematica senza portare il bambino in terapia; questo per evitare l’effetto “etichettamento” e l’idea del bambino di avere un problema laddove si presenta una difficoltà temporanea (es. tic nervosi, paure infondate ecc.). Più l’intervento è precoce e tempestivo, più si scongiura la possibilità che si strutturi un disturbo conclamato.

Spesso infatti, è sufficiente individuare e bloccare le tentate soluzioni disfunzionali messe in atto dal sistema familiare per produrre effettivi cambiamenti nella persona portatrice del problema o far si che questa abbandoni il sintomo manifestato.

Come sosteneva G. da Occam: Tutto ciò che può essere fatto con poco, invano viene fatto con molto” .