Agorafobia

 “Quanto dolore ci sono costate tutte quelle paure che non si sono mai realizzate”  

Thomas Jefferson

Etimologicamente, il termine agorafobia deriva dal greco “αγορά” (piazza) e “φοβία” (paura): “paura della piazza”, ovvero degli spazi aperti e/o affollati. 

In realtà, la diagnosi di agorafobia fa riferimento ad uno stato d’intensa ansia e paura marcata che si manifesta non solo in spazi aperti più o meno ampi (es. parcheggio, strade), ma in molteplici situazioni come ritrovarsi in spazi chiusi o affollati (es. stare in coda in un ufficio, cinema), all’interno di mezzi di trasporto pubblici o privati, star fuori casa da soli.

L’agorafobia si manifesta in concomitanza di situazioni dalle quali sarebbe difficile allontanarsi immediatamente, dove il soggetto avrebbe difficoltà a ricevere aiuto immediato in caso di malessere (es. luogo affollato) o si troverebbe in imbarazzo (es. svenire in pubblico) e dunque esposto al giudizio degli altri. L’agorafobia può essere accompagnata inoltre da sensazione di sbandamento, instabilità o vertigini, eccessiva attenzione verso i propri passi per il timore di cadere o necessità di appoggiarsi a qualcosa o qualcuno per sentirsi più sicuri.

L’agorafobia, in passato, veniva diagnosticata solo in concomitanza al Disturbo di panico, mentre, attualmente, viene riconosciuta e individuata come un problema a sé stante (Agorafobia con o senza attacchi di panico). 

È una delle fobie più invalidanti per le quali, chi ne soffre, più frequentemente chiede l’aiuto specialistico in quanto l’ansia e l’evitamento limitano pesantemente il funzionamento socio-lavorativo del soggetto.

Pensiamo ad una persona che teme di allontanarsi da casa da sola per paura di star male; inizierà a farsi accompagnare costantemente da qualcuno e, quando ciò non sarà possibile, eviterà di allontanarsi da casa e scanserà tutte quelle situazioni in cui potrebbe incorrere nel rischio di ritrovarsi da sola fuori casa. Tale comportamento, come si può ben immaginare, conduce gradualmente ad evitare quasi tutto. Inoltre, più le situazioni/oggetti vengono evitati, più la percezione di pericolosità aumenta: l’evitamento generalizzato produce infatti un abbassamento della soglia di attivazione della paura. La persona potrebbe iniziare a temere di rimanere sola anche in casa e richiedere il supporto costante di qualcuno perché ogni momento di solitudine è vissuto con estrema difficoltà, fino a manifestare vere e proprie crisi di panico. È chiaro come la paura iniziale va via via complicandosi strutturando un problema serio con gravi ripercussioni sulla vita del soggetto.

La persona, senza rendersene conto, ha contribuito ad edificare la prigione nella quale è rimasta intrappolata.

Tra i tentativi fallimentari messi in atto dall’individuo per fronteggiare la paura abbiamo:

Evitamento di luoghi e situazioni: ogni rinuncia aumenta la sensazione di minaccia o pericolosità attribuita alla situazione evitata e conduce progressivamente la persona a sentirsi sempre meno in grado di far fronte alla paura.

Adozione di precauzioni. La persona affronta con difficoltà le situazioni temute facendo ricorso a precauzioni di varia natura per sentirsi più sicura (studia meticolosamente i luoghi, le vie d’uscita, oppure assume dei calmanti in maniera preventiva ecc.). Le modalità adottate, se da un lato la fanno sentire più sicura, da un altro complicano la vita e col tempo hanno un grosso impatto sulla vita della persona.

Richiesta di aiuto ad amici, parenti, conoscenti, che divengono degli “angeli custodi”, sempre pronti ad intervenire in caso di malessere. La persona si convince sempre di più che da sola non è in grado di fronteggiare le situazioni temute.

Tentativo di controllo delle situazioni o delle sensazioni fisiche nel tentativo di reprimerle o fronteggiarle.